SABATO 12 MAGGIO ORE 14 A ROMA, MANIFESTAZIONE NAZIONALE DELLA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA. CORTEO  DA PIAZZA DELLA REPUBBLICA AL COLOSSEO.

CONTRO IL GOVERNO: VAURO, FRANCA RAME, MARGHERITA HACK TRA I FIRMATARI DELL’APPELLO

Crescono le adesioni all’appello della Federazione della Sinistra, lanciato per la manifestazione nazionale organizzata per sabato 12 maggio a Roma – dalle 14, con un corteo da Piazza Repubblica al Colosseo – contro il governo Monti, alla quale parteciperanno Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, e Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti italiani.

Tra i primi firmatari del testo ci sono: Vittorio Agnoletto, Marco Bersani, Giorgio Cremaschi, Alfonso Gianni, Haidi Giuliani, Margherita Hack, Alberto Lucarelli, Citto Maselli, Ugo Mattei, Nicola Nicolosi, Valentino Parlato, Franca Rame, Gianni Rinaldini, Vauro Senesi.

Il testo completo dell’appello con tutti i primi firmatari, la locandina della manifestazione, e altre informazioni sono reperibili su: http://www.federazionedellasinistra.com.

La FEDERAZIONE DELLASINISTRA di Grosseto organizza la partecipazione alla manifestazione con pullman in partenza dal parcheggio di via Canada davanti al cinema ex Planet la mattina del 12 maggio alle ore 10.30. Invitiamo tutti i democratici a partecipare; per prenotare il posto in pullman:

0564.452452 (Rifondazione Grosseto),  329.4490546 (Fabio),  331.9401630 (Renato), 320.1948735 (Marianna)                                                                                                                                                                                                            

Il valore e la natura stessa della democrazia e dei diritti del lavoro sono gravemente sviliti da controriforme e manovre economiche inique, dettate da poteri politici e finanziari esterni al sistema istituzionale del nostro Paese. Il Governo Monti, pur formalmente legittimato dal sostegno della maggioranza di un Parlamento ampiamente logorato nella propria rappresentanza e credibilità, a partire dalle stesse modalità elettorali che lo hanno espresso, agisce al di fuori di un mandato popolare. L’introduzione del vincolo del pareggio di bilancio subordina i diritti sociali e alla salute, all’istruzione, alla previdenza e all’assistenza alle “superiori” ragioni del mercato. La riforma del lavoro, con lo svuotamento dell’articolo 18 e la sostanziale liberalizzazione del lavoro precario, segna un salto di qualità nel dominio e nella ricattabilità del lavoro i cui diritti sono già in via di destrutturazione per l’attacco portato dal governo Berlusconi alla contrattazione nazionale e alla democrazia sindacale. Queste politiche sono tanto inique socialmente, quanto recessive e fallimentari sul terreno economico, e stanno portando il paese in un baratro senza precedenti. Opporsi a queste politiche e concorrere alla costruzione di un modello sociale ed economico alternativo è pertanto dovere di ogni cittadina e cittadino democratici: è il compito urgente che abbiamo tutti noi, in Italia ed in Europa. Un’alternativa che contrasti effettivamente la speculazione, usata insieme al debito contratto dagli Stati per salvare speculatori ed affaristi, per distruggere i diritti sociali. Un’alternativa volta a redistribuire la ricchezza, a fronte della crescita scandalosa delle disuguaglianze, ad aumentare salari e pensioni, istituire il reddito sociale, riqualificare ed estendere il sistema di welfare. Un’alternativa che si fondi sulla centralità dei diritti del lavoro, riconverta le produzioni nel segno della sostenibilità ecologica, investa nella conoscenza e nella cultura, ampli la sfera dei beni comuni sottratti al mercato, riqualifichi il pubblico a partire da un nuovo modello di democrazia e partecipazione. Un’alternativa all’insegna di politiche di pace e cooperazione contro le logiche di guerra con la drastica diminuzione delle spese militari.

 

 

Il 2012 esordisce, purtroppo, con la nascita una nuova categoria: i morti di crisi. Problemi economici, debiti e impossibilità di sostenere le famiglie, ma anche depressione e psicosi che travolgono persone di fasce sociali ed età diverse,accomunate dall’incapacità di pensarsi fuori dal baratro in cui si trovano.
come siamo ridotti
L’ultima vittima è stata Mario Frasacco, imprenditore di 59 anni che mercoledì 4 aprile si è ucciso sparandosi un colpo di fucile  all’interno della sua azienda, la Cpa, centro di progettazione alluminio a Pietralata. Il destino di Frasacco, la cui azienda era a un passo dal fallimento, è uguale a quello di Pasquale Clotilde, il corniciaio di Centocelle impiccatosi nel retrobottega, per sfuggire ai debiti.

Storie di persone “uccise dalla carta” che sono diventati emblema del collasso a cui si affiancano quelle di chi giunto a una fase della vita da vivere con serenità si ritrova stritolato da debiti e scadenze impossibili.

A Gela, negli scorsi giorni, un’anziana donna di 78 anni, Nunzia C., si è tolta la vita gettandosi dal quarto piano della sua casa dopo un taglio di 200 euro, da 800 a 600, alla pensione. Ma già a gennaio, si erano manifestati i segni di un trimestre da brivido: a Policoro, un operaio edile di 58 anni aveva tentato il suicidio con un colpo di pistola all’addome, temendo che, dopo la riforma sulla previdenza, non sarebbe mai arrivato il tempo dell’agognata pensione. E ancora a Bari, dove un 73enne si era gettato dal balcone di casa dopo avere ricevuto dall’Inps la richiesta di restituire 5mila euro. Duplice il caso di Antonia Azzolini, 69 anni, e il marito Salvatore De Salvo, 64 anni, ammazzatisi per gravi difficoltà economiche che si protraevano ormai da otto anni. La Puglia pagava dazio ancora il 9 marzo, quando a Ginosa Marina,  il titolare di un negozio di abbigliamento, Vincenzo Di Tinco, si impiccava a un albero e il 27 marzo, quando a Trani un uomo di 49 anni, imbianchino, ha messo fine ai suoi giorni dopo un periodo interminabile di disoccupazione.

Ma anche salendo lo stivale, la situazione è terribile. Il 26 febbraio, nel fiorentino, un imprenditore di 64 anni si è impiccato nel capannone della sua azienda; il 25 febbraio, a Sanremo un elettricista di 47 anni, Alessandro F., si era sparato un colpo di pistola in bocca, dopo essere stato licenziato. Il 23 marzo, a Pescara, un imprenditore di 44 anni si è tolto la vita impiccandosi con una corda legata a un carrello elevatore nel capannone dell’azienda di cui era socio. E ancora vicino Belluno, dove un imprenditore 53enne di Sospirolo, si è tolto la vita. Non riusciva a incassare dei crediti per la sua attività economica.

Emblematici i fatti accaduti il 28 marzo Bologna, dove un artigiano di 58 anni di Ozzano Emilia, G.C., si è dato fuoco nel parcheggio dell’Agenzia delle entrate e a Verona il 29 marzo, quando un operaio edile di 27 anni, si è dato  fuoco alle gambe e alla testa dopo essersi cosparso di benzina nei pressi del municipio.

Qualcuno si salva, come il cinquantenne di Cirò Marina che a gennaio aveva tentato il suicidio con l’ansiolitico o il piccolo imprenditore trentino che, buttatosi sotto al treno, è stato salvato dagli agenti della Polfer, il 21 febbraio scorso. O il sessantenne di Crispiano, invalido civile, il cui gesto autolesionista è stato sventato dalla moglie, terrorizzata dal non vederlo tornare, dopo essersi rinchiuso nello sgabuzzino.

Il bilancio è pesantissimo e diventa anche caso politico.

Sulla questione è stata presentata un’interrogazione al ministro del “Lavoro”, Elsa Fornero, per chiedere se non intenda il governo avviare un “Piano del lavoro per il Sud e avviare con le regioni un percorso per garantire borse di lavoro triennali per l’apprendistato”.

Se è vero che i forti cambiamenti connessi allo stato patrimoniale innescano un angoscioso senso di destabilizzazione che spinge alla depressione e alla psicosi, è inevitabile che non basti pensare che il momento passerà. Tanto più laddove c’è chi deve gestire non solo la sua vita e la sua famiglia, ma anche quella dei suoi dipendenti. Purtroppo questi fatti sono sempre più frequenti anche perché ormai la differenza tra fasce meno abbienti  e ceto medio si è così assottigliata che, a non riuscire ad arrivare alla fine del mese, non sono solo le famiglie, ma anche i piccoli imprenditori. Il Governo non può lasciare soli i cittadini: dopo questa fase di sacrifici necessaria per risanare i debiti sarebbe anche utile fornire un supporto psicologico gratuito per le persone  per evitare che cadano in stati di depressione e psicosi.

Il tempo delle riforme è urgente per il governo, quello di salvare gli italiani da se stessi ancora di più per noi!

 

Grosseto: Il Partito della Rifondazione Comunista, sin da quando si è riproposto il problema della messa in sicurezza dell’Aurelia, si è battuto per fare i lavori in sede, senza modificare il tracciato e realizzando un adeguamento, tra Grosseto sud e Chiarone esattamente come quello fatto venti anni fa tra Grosseto sud nord e Rosignano. Se quell’adeguamento fosse stato già fatto, nessuno oggi parlerebbe di “completamento dell’autostrada”. Di contro, nella parte sud questa strada è rimasta la stessa; sono presenti, tra Grosseto e il Chiarone, in entrambi i sensi di marcia, oltre cinquecento innesti a raso, che sono una trappola micidiale per chi la percorre. Questo la rende una delle strade più pericolose d’Italia, per numero d’incidenti e per le vittime che causa, che sono esattamente il doppio rispetto alla media nazionale.
Queste cose sono spesso dimenticate da tutti, enti pubblici, Anas, partiti, ma in alcuni casi anche comitati per la tutela e la difesa del territorio, comitati ambientalisti, comitati per la bellezza, comitati di produttori, comitati di commercianti; e poi la SAT, il Ministero delle infrastrutture, e tante, tante anime candide. Spesso, noi comunisti da soli, abbiamo tentato di ricordare queste cose, nel completo e totale disinteresse di tutti e tra questi c’era chi lavorava per realizzare un’autostrada a pagamento.
Quando nel 1999 fu sottoscritto un protocollo tra il Governo, Presidente del Consiglio D’Alema e la regione Toscana, Presidente Chiti, per il “completamento del corridoio tirrenico”, i lavori dovevano essere a carico dell’Anas, cioè del Ministero delle Infrastrutture. Fu a questo punto che la SAT rivendicò la sua concessione autostradale e il diritto a realizzare l’opera a pedaggio. Questo nonostante che anni prima l’ipotesi autostradale fosse stata abbandonata dal Governo il quale indennizzò (1998 Presidente del Consiglio D’Alema, Sottosegretario ai LL.PP. Antonio Bargone) la SAT stessa, per questa mancata realizzazione con ben 172 miliardi e 500 milioni di lire.
Quindi la SAT pretese di presentare un suo progetto e comunque nel 2000 riuscimmo ad ottenere che al progetto della SAT ne fosse comparato uno dell’Anas. Ma c’era un punto imprescindibile per il Ministero e soprattutto per l’assessore alle infrastrutture della Regione Toscana Riccardo Conti, ed era quello che entrambi dovevano essere a tipologia autostradale con due corsie per senso di marcia, spartitraffico e corsie d’emergenza. Totale venticinque metri d’asfalto, secondo le norme europee che disciplinano questa materia.
L’Anas presentò un progetto di adeguamento in sede, con tipologia autostradale e senza pedaggio. Un’ipotesi che nella quasi totalità andava bene, solo nel tratto tra Ansedonia e Fonteblanda questo progetto era talmente ridicolo e improponibile da sembrare pensato da uno studente al primo anno d’istituto per geometri.
Di questo progetto, inviato alla VIA con diverse osservazioni, se ne persero ben presto le tracce, ma comunque fu gioco facile per tutti, cioè Regione, Comune di Orbetello, Provincia ecc. bocciare questa ipotesi, in modo tale che rimanesse solo il progetto della SAT.
Ma quali erano i punti essenziali per i quali quell’ipotesi Anas, per quanto riguardava la tratta tra Ansedonia e Fonteblanda, fu pesantemente osservata, prestando il fianco a chi voleva a tutti i costi, l’autostrada della SAT? Essenzialmente:
• A Orbetello Scalo, la previsione era di far passare l’arteria, lato mare inglobando la corsia nord-sud dell’attuale Aurelia e abbattendo un certo numero di edifici lungo il suo percorso.
• Ad Albinia: è il punto dove il progetto dava il peggio di se. La strada a quattro corsie era collocata lato monte rispetto la ferrovia, passando, tanto per fare un esempio, tra la stazione ferroviaria e la fabbrica di Conservitalia.
• A Fonteblanda previsione d’attraversamento centro abitato, larghezza del fascio stradale sostanzialmente raddoppiata, interferenze con le Terme dell’Osa con raggio di curvatura minore dell’attuale, quindi fuori delle norme ammesse.
Sostanzialmente questo progetto, diventato indifendibile, aprì la strada non solo all’unica soluzione rimasta, ma nella richiesta fatta nel 2001 alla SAT di nuova progettazione, fu chiesto, anzi preteso, sia dal Comune di Orbetello con l’unanimità delle forze politiche presenti in consiglio comunale, sia dalla Regione Toscana, un progetto che prevedesse una variante interna tra Ansedonia e Fonteblanda.
Molte delle associazioni varie, che si opponevano al progetto complessivo di autostrada a pagamento, concentravano la loro attenzione principalmente nell’area di Capalbio e poco più. Furono anni di proteste, convegni, iniziative delle istituzioni, fino ad arrivare al 2008 dove, quasi tutti concordi, fu licenziato e approvato il progetto preliminare con il suo assetto definito, che prevedeva, appunto, la variante tra Ansedonia e Fonteblanda dietro i Poggi di Orbetello Scalo. Un progetto che risentiva di appariscenti contraddizioni, quali il calcolo finanziario dell’opera e le stime dei flussi di traffico attesi.
Per le implicazioni che comportava, noi di Rifondazione Comunista, nella logica del contenimento del danno, chiedemmo alla Provincia in sede di parere sulla VIA di tenere in estrema attenzione il percorso di questa variante, in relazione alle aziende agricole che operano lungo il percorso dell’autostrada. La cosa fu in qualche modo accolta, tant’è che la zona di San Donato – Fonteblanda (dove operano Aziende Agricole Biologiche come la Selva, l’Azienda S. Benedetto, l’Azienda Fontenuova) fu uno dei pochi punti dove le prescrizioni, richieste dalla Provincia di Grosseto e accolte, dicono che:
“non viene posto il vincolo preordinato all’esproprio poiché in sede di progettazione esecutiva, che è quella che sta a base della realizzazione dell’opera, deve essere ricercato un tracciato e la relativa posizione sul territorio che contenga al minimo i danni alle aziende presenti, evitando una loro suddivisione che renderebbero difficili le coltivazioni e la conduzione delle aziende stesse.”
Ma anche questo progetto nel breve termine di alcuni mesi fu stravolto e fummo noi di Rifondazione, nel silenzio e nell’indifferenza dei più, a denunciare la decisione della SAT di modificare il tracciato, abbandonando la variante di progetto tra Ansedonia e Fonteblanda, collocando il tracciato di qua dai Poggi quindi, tornando in parte sull’Aurelia, provenendo da Capalbio, e spostandosi verso l’interno all’altezza di Orbetello Scalo, quindi teorizzando il passaggio sopra la Strada Vicinale dei Poggi, per poi proseguire poco a nord di Albinia e sventrando Fonteblanda.
Giustamente le opposizioni a tale ipotesi da parte dei cittadini, di numerose associazioni, e di alcuni partiti politici, furono durissime e convinte, ma non fino al punto di far cambiare idea alla SAT e al Ministero delle Infrastrutture, il quale peraltro nominò lo stesso Presidente della SAT Bargone Commissario Straordinario del Governo per il completamento dell’autostrada tra Rosignano e Civitavecchia, con un compenso, che come sappiamo non guasta mai, di 240.000 euro l’anno.
Ma perché la SAT e il Ministero abbandonarono un tracciato contenuto in un progetto approvato? C’è voluto tempo per isolare la verità in mezzo ad una montagna di menzogne e la verità, semplice e chiara, è legata a due questioni precise e comprovate; la prima è che il maldestro tentativo di inserire nella convenzione tra Anas e SAT un indennizzo di subentro a fine concessione -cioè nel 2046- a carico dello Stato, pari al costo dell’opera, fu bocciato dal Ministro delle Finanze (Tremonti) in conformità a precise leggi vigenti. Questo era uno dei tre pilastri del project financing della SAT, insieme alla libertà d’incremento della tariffazione e al prolungamento della concessione.
Il secondo motivo è che quel tracciato disturbava tanti “lor signori” con casa o buen ritiro dietro i Poggi di Orbetello Scalo e nella parte nord del Comune di Capalbio. Quindi l’autostrada andava realizzata dove ci sono tanti “signor nessuno”, anche se questo significa devastazione sociale, economica e ambientale.
Come un coniglio dal cilindro, dalla SAT, sempre più contestata da obbiezioni oggettive, è uscita l’ipotesi di traslare tutto il tracciato in sovrapposizione all’attuale Aurelia, con il duplice fine di ridurre i costi dell’opera e accontentare “lor signori”; tutto questo ha fatto finalmente svegliare dal torpore e dall’appoggio incondizionato alla società di Benetton, le amministrazioni pubbliche quali la Provincia, la Regione Toscana e gli altri Comuni che erano rimasti inermi ed estranei.
La scelta era talmente cervellotica che in sede di VIA nella Conferenza dei Servizi, ha ricevuto tali e tante critiche e osservazioni che, oltre a non consentire la chiusura della Conferenza stessa, ha spinto la SAT ad affermare che avrebbe interrotto la progettazione tra Fonteblanda e Ansedonia, realizzando l’autostrada ad eccezione di questo tratto. La cosa, se non fosse drammatica perché riguarda la pelle della gente, sarebbe estremamente ridicola, comunque è inaccettabile dai più, tanto da spingere oggi la SAT a presentare fantasiosi progetti che continuano a ruotare intorno al tracciato attuale dell’Aurelia a Orbetello Scalo e all’Albinia.
Chi ha avuto modo di vedere le ultime proposte della SAT si è reso conto che siamo di fronte a delle righe poste senza alcuna logica, sopra una carta con scala a cinquantamila. E su queste ipotesi la Società pretende un pronunciamento in pochi giorni, peraltro con l’avvertimento del tipo “prendere o lasciare”.
Siamo di fronte a un’arroganza senza fine e al tentativo della Società autostradale, nel frattempo apertasi a nuovi e voraci soci, di salire sul carro dei decisionisti infrastrutturali, quelli che in questi giorni stanno premendo per porre fine alle dispute sulla TAV stringendo sulla realizzazione delle grandi infrastrutture, senza dare ascolto ai cittadini e calpestando i diritti legittimi di ognuno. La SAT spera, in modo maldestro, di far passare quest’opera come indispensabile per lo sviluppo, e ostacolata dagli egoismi delle popolazioni locali.
Sappiamo che le cose stanno in tutt’altra maniera, perché quei cittadini che giustamente protestano per le soluzioni inverosimili proposte sono gli stessi che da anni chiedono la messa in sicurezza dell’Aurelia.
Questo è il punto essenziale e noi di Rifondazione affermiamo ancora una volta che il progetto dell’Anas del 2000 è quello che meglio risponde alle esigenze del territorio, con una rivisitazione radicale del tratto tra Ansedonia e Fonteblanda, prevedendo in questa parte una messa in sicurezza che non devasti l’attività sociale ed economica della comunità che qui vive e lavora, che non chiuda i cittadini dentro recinti impenetrabili, facendogli pagare il pedaggio per soddisfare l’elementare diritto alla mobilità, peraltro fissato in 18 centesimi di euro al chilometro, cioè il più caro d’Europa dopo il tunnel sotto la Manica.
Nel caso in cui l’assurdo progetto di autostrada vada avanti, nonostante tutti gli elementi che depongono a sfavore, chiediamo che il tracciato da Ansedonia a Fonteblanda, quindi il progetto debba ripartire da quello approvato dal CIPE nel dicembre del 2008, con ulteriori attenuazioni dell’impatto sull’ambiente e sulla vita d’intere comunità.
Queste sono esattamente le cose e Rifondazione Comunista, in un momento in cui tutti provano a spararla più forte degli altri, ha voluto ricordare la scansione del problema e l’impegno posto in questi anni per risolvere il grave problema della sicurezza, essendo questo il vero problema che molti non ricordano più.

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