Federazione di Grosseto
Icona RSS Icona email Icona home
  • PER LIBERAZIONE

    Pubblicato il gennaio 16th, 2009 mzaccherotti Nessun commento

    Dino Greco

    liberazione

    Mi accingo con salutare preoccupazione a dirigere questo giornale. Lo farò con tutto lo scrupolo, la passione, la dedizione che sono dovuti. A maggior ragione di fronte alle difficoltà politiche, economiche, ambientali dentro cui si consuma il passaggio di responsabilità.
    Per chiarezza verso i lettori e per il rispetto nei confronti di quanti hanno fortemente contrastato questo esito, voglio subito rendere esplicito ciò che penso. Non ha alcun fondamento il timore che il giornale si trasformi in una sorta di instrumentum regni del partito, gestito con furore censorio da un commissario, custode dell’ortodossia. Se questo fosse stato mai il criterio che ha ispirato la proposta, la scelta del sottoscritto non avrebbe potuto essere più inadatta. Non è questo che mi è stato chiesto e non è certo con questo spirito che ho accettato. Una cosa non potrà aver luogo: che il giornale persegua con metodo lo scioglimento del suo editore perché con tutta evidenza questo genererebbe un cortocircuito letale. Una cosa è la dialettica, la polemica ruvida; una cosa è la difesa della libertà di espressione di cui si nutre ogni vitale processo creativo, un’altra è l’attacco frontale alla stessa ragione di esistenza del partito, dipinto come un’accolita di nostalgici adoratori di icone ideologiche, orfani di pensiero critico, «orticello avvizzito» che fa strame del «grande sogno di Rifondazione Cominista».
    C’è una pessima abitudine, a sinistra: quella di indicare in coloro che ti sono più prossimi i colpevoli di ogni disastro e, contemporaneamente, di assolvere se stessi da ogni responsabilità ritenendosi in ogni stagione depositari esclusivi del giusto e del bene.
    Dubito che questa compulsiva propensione a forgiare la caricatura dell’altro per infilzarne meglio il fantoccio abbia mai prodotto alcunché di positivo. Essa ha semmai alimentato smarrimento, senso di frustrazione, abbandono. La prima cosa da fare è interrompere la circolazione dei veleni, finirla con la reiterazione di una querelle introflessa, del tutto priva di produttività politica. Per invece seguire, sostenere, offrire visibilità ai luoghi, alle esperienze di lotta sociale, alle pratiche di riorganizzazione della democrazia dal basso.
    C’è un tema di fondo, da prendere di petto: è la sciagurata rimozione del lavoro dalla stessa cultura della sinistra, vale a dire del terreno dove si gioca, si vince o si perde la battaglia decisiva. Una sinistra che non ricostruisca lì le proprie radici dà per persa la questione di una rappresentanza politica del lavoro e la sostituisce con un confuso, proteiforme opinionismo che ha per luogo di elezione la ribalta mediatica, droga dispensatrice di illusioni e di gratificazioni narcisistiche. Quando subisci la seduzione di queste sirene puoi chiamarti (oppure no) comunista, ma è certo che di quella ispirazione rimane solo una messa cantata.
    Smarrita ogni capacità di lettura dei processi, si finisce per approdare ad un confuso eclettismo, dove tutto si compone e si scompone a piacere, dove ogni piano della realtà è disordinatamente sovrapposto all’altro: “modernamente” ci occupiamo di tutto, senza capire (e senza cambiare) niente. Occorre stare dentro le contraddizioni sociali, comprenderne le dinamiche, la materialità. Farlo con competenza, attraverso un sistematico lavoro di inchiesta, per immersione. E rimettere radici nel territorio, spazio pubblico di potenziale saldatura fra le lotte del lavoro e quelle per i diritti di cittadinanza, fra sindacale e sociale, fra economico e politico. O lo facciamo - e su queste rinvigorite gambe costruiamo una pratica ed una proposta - oppure saranno Berlusconi e la Confindustria a dettare le vie d’uscita dalla crisi, in alto a destra, vale a dire con più ingiustizia e con un definitivo tracollo democratico.
    Inoltre, ci occuperemo dell’ecatombe ecologica generata dal modo di produzione capitalistico, per costruire una critica del modello di sviluppo: metteremo a tema “il come e il quanto produrre”, quale senso restituire al lavoro sociale. Ci mobiliteremo senza soste contro la guerra, per la pace, per il disimpegno dell’Italia dalle missioni militari, per una politica di disarmo e di riconversione dell’industria bellica. Ci batteremo su altri due fronti: contro l’omofobia e il patriarcato, la forma più antica e perdurante di oppressione, quella di genere, e contro ogni discriminazione. Da quella legata alle propensioni sessuali, al verminaio razzista che ha contaminato in profondità gli strati popolari trovando a sinistra un debolissimo contrasto. Uguaglianza e libertà, indissolubilmente legate, formeranno l’ispirazione della nostra ricerca e del nostro lavoro.
    E’ questo un programma politico? Si, è un programma politico. E’ compito di un giornale farsene carico? Di questo giornale lo è. Si esaurisce qui ogni campo di ingaggio, proposta, impegno culturale? No. Questo non è tutto, ma ne è il centro. Oggi Liberazione vende circa 6.000 copie al giorno. Proprio poche. Non è certo solo per responsabilità proprie, ma è chiaro che - a dispetto dell’impegno di chi lo produce - l’impatto del giornale sulla società è del tutto modesto. Ed è piuttosto difficile sostenere che alla residualità del gradimento sociale corrisponda un grande lievito culturale e politico. Capita talvolta che quando il divario fra le ambizioni e la realtà è grande si provi a colmarlo con un diluvio di parole. Ma è un’operazione consolatoria e lascia il tempo che trova.
    Dobbiamo uscire dalla nicchia in cui ristagnamo e fare un giornale che entri in risonanza con la nostra gente, un giornale di cui i lavoratori, le lavoratrici, gli sfruttati, i poveri, le persone umiliate dalla discriminazione e dalla sopraffazione avvertano l’utilità e in cui possano trovare una sponda sicura per uscire dalla solitudine e per organizzare il proprio riscatto

  • ALLEANZE SI, MA A SINISTRA!

    Pubblicato il gennaio 16th, 2009 mzaccherotti Nessun commento

    Ripetute notizie di stampa danno come già concluso e fallito il percorso per la ricerca di una possibile alleanza tra Rifondazione Comunista ed il P.D. in vista del rinnovo del consiglio Provinciale del prossimo 6 giugno. La questione sta diversamente ed è utile darne informazione ai cittadini maremmani. Infatti il necessario confronto programmatico non solo non si è concluso, ma nei fatti non si è ancora avviato. Le cause di un tale ritardo stanno nella fretta del P.D. di arrivare a svolgere quelle che vengono definite primarie di coalizione, senza che si sia fatto nulla per costruire una coalizione, nemmeno nei luoghi dove P.D. e sinistra hanno una storia di governo comune.
    Tale atteggiamento rinnova purtroppo quella pretesa di autosufficienza che ha portato Veltroni a fagocitare la sinistra regalando una vittoria schiacciante a Berlusconi e producendo il più pesante spostamento a destra dell’asse politico italiano nella storia della Repubblica. Un pericolo da cui non è al sicuro nemmeno la Provincia di Grosseto e che dovrebbe far riflettere i democratici locali inducendoli a discutere seriamente delle questioni di contenuto senza affibbiare l’etichetta di ideologico a tutte le posizioni che non collimano perfettamente con le proprie.
    Da parte sua Rifondazione Comunista era ed è disponibile a discutere su tutte le questioni a partire dal contributo che gli stessi enti locali possono dare ad una equa soluzione della crisi economica in atto confrontando, carte alla mano, le proprie soluzioni con quelle degli altri e soprattutto coinvolgendo cittadini ed organizzazioni, che non possono essere chiamati solamente a scegliere il “capo”, nella formazione di un programma avanzato ed alternativo alle proposte del centrodestra.

    La segreteria provinciale del P.R.C