Federazione di Grosseto
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  • PROGRAMMA AMMINISTRATIVE 2009

    LA CRISI NON LA PAGHIAMO NOI

    Consulta il programma per le Amministrative 2009 di Rifondazione Comunista

    Lo slogan del movimento della scuola che sta contaminando il mondo del lavoro, e della precarietà individua la questione centrale di quale sbocco occorre dare alla crisi e deve imporci un salto di qualità nel denunciare il fallimento di questo modello di sviluppo capitalisitico che produce una devastazione ambientale e sociale.

    Per impedire che i costi della nuova condizione economica si scarichino sulle spalle dei “soliti noti” è necessaria una ripresa dell’intervento pubblico orientato verso il trasferimento di ricchezza dalla rendita ai redditi da lavoro e verso la costruzione di nuove politiche industriali capaci di cogliere le opportunità determinate dalla necessità di riconversione ecologica della produzione.

    La gravità delle crisi e la nuova condizione politica in cui si trova la sinistra dopo il 13 aprile impongono che, affianco al lavoro istituzionale ed ai tradizionali strumenti di lotta e di mobilitazione si sperimentino nuove forme di intervento, finalizzate a ricostruire dal basso possibili risposte capaci di tenere assieme, nella individuazione dei bisogni, nella costruzione di legami solidali, e nella ricerca di possibili risposte, i lavoratori e con loro tutti i soggetti sociali più esposti senza alcuna differenziazione tra cittadini italiani ed immigrati.

    Ciò è tanto più necessario di fronte al rischio che il disagio sociale assuma il linguaggio della destra alimentando la guerra tra poveri e trasformando la massa dei più colpiti in un popolo xenofobo e razzista.

    Le elezioni amministrative della prossima primavera rappresentano per il PRC un decisivo banco di prova che trova il Partito ancora sotto l’effetto della sconfitta elettorale che ha acutizzato la difficoltà di sviluppare iniziative sul territorio.

    La fase di confronto con le altre forze politiche e la successiva campagna elettorale rappresentano pertanto non solamente una decisiva scadenza istituzionale, ma anche una occasione per riprendere il lavoro e la visibilità nella società. Un lavoro che più che mai ha bisogno di intrecciarsi con una ricerca di percorsi comuni a sinistra e di innovative forme di coinvolgimento della popolazione.

    Innovazione politico culturale e ricerca di ogni possibile azione unitaria che non sono impediti dalla affermazione della nostra identità comunista e dal rilancio del processo della rifondazione.

    Un pezzo di questo processo di innovazione e di unità può anzi trovare la sua materiale applicazione nella discussione sui programmi elettorali e nella successiva campagna elettorale.

    LA NUOVA CONDIZIONE DEGLI ENTI LOCALI  Oggi gli Enti locali subiscono gli effetti della manovra finanziaria del governo Tremonti - Berlusconi non solo sul piano quantitativo ma anche sul piano qualitativo: in analogia con quanto è avvenuto per la scuola, infatti, attraverso i tagli dei trasferimenti ed il rigore punitivo del “patto di stabilità”, si delinea una vera e propria controriforma del ruolo dei comuni e delle provincie che metterà in discussione, insieme all’autonomia finanziaria, i diritti sociali dei cittadini a partire dai più deboli, e la possibilità di partecipazione democratica alle scelte degli enti pubblici.

    Infatti, prima con la manovra estiva già approvata (Decreto Tremonti), e poi con la finanziaria, si è definito un taglio gigantesco, di 3150 milioni di euro per il solo 2009, dei quali 1340 ai Comuni, inoltre il decreto 154 ,che pure affronta il problema dei mancati introiti dell’Ici attraverso un ambiguo “accertamento convenzionale”, non compensa la reale perdita di gettito dei comuni: 260milioni per il 2008 e 434 per il 2009 a fronte di un mancato introito di oltre 3 miliardi. Con questi numeri gli enti locali non sono in grado di chiudere i bilanci a meno di non voler sottostare al ricatto di tagliare i servizi per i cittadini, o di privatizzare beni pubblici (patrimonio strategico, acqua ecc.), o di uscire dal patto di stabilità nel quale sono conteggiati non solo la spesa corrente ma anche i fondi per gli investimenti e le risorse provenienti dalla Ue, penalizzando anche i comuni più virtuosi. (Le sanzioni per l’uscita dal patto di stabilità impediscono, tra l’altro, l’assunzione “a qualsiasi titolo e tipologia di contratto”; annullando in questo modo le norme della finanziaria 2007 - una delle poche conquiste qualificanti spuntate con la nostra esperienza di governo - che obbligavano gli enti pubblici all’assunzione dei precari.

    Si sta consumando, insomma, con questi provvedimenti, un gravissimo attacco all’autonomia finanziaria dei comuni e degli enti locali, mentre si vuole approvare in tutta fretta il disegno di legge Calderoli sul federalismo fiscale, senza aver prima definito le funzioni proprie dei comuni e la certezza dei diritti per tutti i cittadini.

    Nelle recenti assemblee dell’Anci, dell’Upi e della Legautonomia, seppur con accenti diversi, è emerso un obiettivo condivisibile: la manovra finanziaria rispetto agli enti locali va rivista in particolare alla luce della crisi economica internazionale ed alle esigenze del paese. È un obiettivo importante ma non  sufficiente e destinato a soccombere se non si articola in precise iniziative di lotta: è necessario, allora, spostare l’asse sui bisogni dei cittadini, verificando ed evidenziando gli effetti del patto di stabilità sui servizi.

    Il principale obiettivo di lotta è, allora, quello di costruire un’iniziativa degli amministratori e dei cittadini per una radicale modifica dell’attuale configurazione del “patto di stabilità” prevedendone un allentamento soprattutto per quanto concerne la spesa sociale e gli investimenti.

    Mentre, nell’ambito di una crisi economica mondiale quale quella che stiamo vivendo, tutti i vertici del G8 e della Ue hanno teorizzato e praticato l’intervento pubblico a favore delle banche, andrebbe ridiscusso il parametro del rapporto fra debito pubblico e Pil sotto al 2,5% ed il suo previsto pareggio al 2011,  innalzandolo di almeno un punto.

    Sarebbe possibile in questo modo investire i 15 miliardi sopravvenienti per la detassazione dei salari a partire dai redditi più bassi rilanciando in questo modo i consumi.

    E’ una battaglia che cercheremo di fare insieme alle opposizioni parlamentari ed alle associazioni delle autonomie locali come Anci, Upi e Lega delle Autonomie costruendo le necessarie alleanze.

    Ma è una battaglia su cui è necessario soprattutto costruire un’iniziativa dei cittadini che sono le vere vittime di questa controriforma degli enti locali.

    In particolare proponiamo di:

    operare un immediato monitoraggio degli effetti dei tagli e dell’applicazione del “patto” nei bilanci 2009 con particolare attenzione ai servizi.

    d’impegnare i Comuni nella lotta al carovita, per chi non arriva alla terza settimana, pur consapevoli delle scarse competenze dirette in materia degli enti locali, ad esempio favorendo i mercati su aree pubbliche attraverso la riduzione della tassa di occupazione del suolo pubblico, concordando coi produttori iniziative promozionali di vendita diretta in un’ottica di “accorciamento” della filiera, colpendo l’intermediazione parassitaria e non il piccolo commercio, anche attraverso il rilancio dei mercati generali pubblici.

    Riteniamo che questa battaglia non si potrà esaurire nei pur necessari tavoli di confronto tra governo ed Enti locali, ma proprio perché battaglia legata alla tutela dei grandi interessi sociali e popolari potrà eventualmente prevedere forme di disobbedienza civile dei Sindaci e dei consigli comunali rispetto all’applicazione del patto.

    Per questo il livello azionale si è fatto promotore di un Manifesto di amministratori per la modifica del patto di stabilità e la salvaguardia di un ruolo dei comuni e degli enti locali in generale, come enti di prossimità, vicini ai bisogni ed ai diritti dei cittadini ed momenti di partecipazione democratica e di lotta contro le politiche liberiste ed antipopolari del governo Berlusconi. Tale impostazione dovrà entrare a pieno titolo nelle nostre iniziative istituzionali e nell’agenda del confronto politico.

    SERVIZI PUBBLICI LOCALI   E’ essenziale la difesa e rilancio del loro carattere pubblico, la tutela delle fasce più deboli di utenza e delle condizioni di lavoro degli operatori del settore.

    In questi mesi siamo impegnati affinché in Regione la riforma dei servizi pubblici locali mantenga l’interesse collettivo e partecipato per una gestione pubblica dei servizi, anche attraverso forme giuridiche diverse dalle società di capitali, come consorzi, istituzioni, aziende speciali.

    La sfida principale ovviamente rimane quella della ripubblicizzazione del servizio idrico in Toscana, attraverso il recepimento delle norme principali (obbligo di gestione pubblica associata, termine finale di scadenza dei contratti in divieto, fondo nazionale di ripubblicizzazione), del disegno di legge popolare sulla quale sono state raccolte migliaia di firme, tutelando il più possibile le fasce sociali ed economiche più deboli. Denunciando la politica di privatizzazione che il governo Berlusconi continua ad sostenere.

    Poniamo l’obiettivo di favorire la definizione di un governo pubblico e partecipativo del ciclo integrato dell’acqua, in grado di garantirne un uso sostenibile e solidale.

    Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrogeologici.

    Nella provincia di Grosseto occorrerà predisporre un bilancio idrico del  bacino idrografico dell’Ombrone al fine di assicurare :

    - il diritto all’acqua;

    - l’equilibrio tra prelievi e capacità naturale di ricostituzione del patrimonio idrico;

    - la presenza di una quantità minima di acqua, in relazione anche alla naturale dinamica idrogeologica ed ecologica, necessaria a permettere il mantenimento di biocenosi autoctone e il raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale, per garantire la tutela e la funzionalità degli ecosistemi acquatici naturali.

    - il controllo vincolante per il rilascio o il rinnovo di concessioni di prelievo di acque;

    - la scelta delle priorità e delle quote nell’uso delle risorse disponibili.

    In considerazione dell’esigenza di tutelare il pubblico interesse allo svolgimento di un servizio essenziale, con situazione di monopolio naturale, il servizio idrico integrato è da considerarsi servizio pubblico locale privo di rilevanza economica.

    La gestione del servizio idrico integrato è sottratta al principio della libera concorrenza, è realizzata senza finalità lucrative, persegue finalità di carattere sociale e ambientale, ed è finanziata attraverso meccanismi di fiscalità generale e specifica e meccanismi tariffari.

    La gestione e l’erogazione del servizio idrico integrato non possono essere separate e possono essere affidate esclusivamente agli enti locali o ad altri enti di diritto pubblico.

    La  forma di gestione del servizio idrico affidata a “Acquedotto del Fiora” società a capitale misto pubblico-privato deve  avviare il processo di trasformazione con  recesso del settore acqua in caso di gestione di una pluralità di servizi. Detto processo deve completarsi entro un  anno dall’inizio legislatura .

    Al fine di attuare i processi di trasferimento di gestione andrà istituito presso la Provincia un fondo  per la ripubblicizzazione del servizio idrico.

    Per le fasce di consumo domestico superiori a 50 litri giornalieri per persona, gratuiti sotto tale quota, le normative comunali  dovranno individuare fasce tariffarie articolate per scaglioni di consumo tenendo conto :

    - del reddito individuale;

    - della composizione del nucleo familiare;

    - della quantità dell’acqua erogata;

    -dell’esigenza di razionalizzazione dei consumi e di eliminazione degli sprechi.

    Al fine di assicurare un governo democratico della gestione del servizio idrico integrato, gli enti locali adottano forme di democrazia partecipativa che conferiscano strumenti di partecipazione attiva alle decisioni sugli atti fondamentali di pianificazione, programmazione e gestione ai lavoratori del servizio idrico integrato e agli abitanti del territorio.

    GESTIONE DEL TERRITORIO  Altro nodo programmatico decisivo è per noi il territorio, inteso come patrimonio di beni e risorse materiali ed immateriali da tutelare e valorizzare. Dobbiamo opporci con forza alla proposizione di modelli di sviluppo fondati sulla speculazione territoriale, tanto in termini di urbanizzazione edificatoria quanto di insediamenti produttivi inquinanti o destinati alla grande distribuzione.

    Occorre spezzare in particolare quella catena perversa che unisce il finanziamento della spesa corrente ed i proventi pubblici (cd. oneri di urbanizzazione) che derivano dallo sfruttamento e dalla monetizzazione del territorio, è necessario battersi anche localmente per l’affermazione di un modello nuovo di amministrazione e quadratura dei bilanci.

    Il territorio della Provincia di Grosseto è caratterizzato da una rete idraulica e di bonifica molto complessa e vitale, sia per quanto attiene la difesa del suolo, sia per la regimazione e l’uso della risorsa idrica.

    Un territorio che richiede rispetto, sia attraverso l’uso corretto delle risorse, sia con l’oculato uso del suolo; purtroppo queste elementari norme vengono di sovente violate con danni al limite dell’irreversibilità.

    Ad esempio: l’eccesso di emungimento ha provocato una diffusa salinizzazione delle falde anche in aree non contigue alla costa; nelle aree industriali, soprattutto nella zona nord della provincia, l’inquinamento e le mancate bonifiche rendono inutilizzabili pozzi e compromesse falde più o meno superficiali. Inoltre, espansioni edilizie, realizzazione di infrastrutture e insediamenti d’attività produttive, in aree con pericolosità idraulica elevata, hanno aumentato a dismisura i beni esposti al rischio alluvioni, determinando costi sociali enormi, quando si verificano eventi atmosferici superiori alla media.

    Di contro ancora esistono zone del nostro territorio dove la carenza d’acqua per uso potabile è quotidiana, sia per una penuria di sorgenti o pozzi idonei, sia per una rete idrica carente e fortemente deteriorate, dove le perdite sono ben oltre il dato fisiologico. Il ricorso annunciato a dissalatori è la dimostrazione di una gestione fallimentare dei servizi idrici integrati e dell’uso scriteriato della risorsa. Un acquifero importante come quello dell’Amiata dovrebbe richiedere una tutela rigorosa, di contro si continua ad usarlo in maniera dissennata, non ponendo attenzione sufficiente alla correlazione tra geotermia – inquinamento – riduzione delle portate. Solo recentemente si è cominciato a prendere in considerazione questa correlazione, ricorrendo ad un monitoraggio piezometrico e in ogni modo con scarse idee su come intervenire per la difesa dell’acquifero stesso.

    Altro capitolo, sempre a proposito della difesa del suolo, è la modalità disinvolta con la quale si è proceduto alla realizzazione d’approdi e porti lungo una costa interessata da una forte erosione, determinando un’accentuazione di questo fenomeno e mettendo in crisi l’attività turistico-balneare in punti importanti della provincia. Su questo problema occorre accentuare interventi non invasivi come fatto negli anni scorsi, usando nuove metodologie che non alterino il prezioso profilo costiero.

    Per quanto attiene la difesa del suolo, la regimazione e lo sfruttamento della risorsa idrica, la Regione Toscana ha affidato alcune competenze alle Province ed ai Comuni con la L.R. 91/98. Le competenze affidate a livello locale hanno avuto una sufficiente applicazione salvo che per gli aspetti più importanti legati allo sfruttamento della risorsa idrica. Infatti, la Regione si è trattenuta tra le proprie competenze quello della redazione dei Piani di Bacino; orbene, a distanza di molti anni ancora non è stato redatto lo studio relativo al bilancio idrico, non consentendo quindi una pianificazione ed un uso corretto dell’acqua. L’unica cosa di una certa efficacia è stata l’introduzione del Piano d’Assetto Idrogeologico, il quale suddivide il territorio identificando tutte le aree a rischio idraulico elevato e molto elevato. Spesso questo piano è aggirato o modificato inopportunamente come nel caso della zona a rischio posta nei pressi dell’arginatura del fiume Ombrone a Grosseto, recentemente edificata in maniera intensa.

    Per i prossimi anni occorre quindi:

    - Ottenere la redazione dei piani di bacino e dei bilanci idrici.

    - Studiare compiutamente le condizioni delle falde rispetto alla salinizzazione, in modo da limitare la creazione di nuovi pozzi e la chiusura di quelli che determinano intromissione d’acqua di mare.

    - Consentire nelle zone dove si è alla presenza di forte inquinamento, l’esclusiva realizzazione di eventuali nuovi pozzi solo con la tecnica della “cementazione” per evitare l’inquinamento di più falde.

    - Creare importanti bacini d’accumulo per ovviare alla chiusura dei pozzi; bacini destinati ad uso plurimo.

    - Facilitare tutte le nuove tecniche d’irrigazione in agricoltura, accentuando il metodo degli impianti a goccia che, oltre ad un risparmio idrico, comportano un netto abbattimento dei costi energetici.

    - Pretendere un serio investimento per ridurre progressivamente le perdite negli acquedotti.

    - Realizzare una moratoria circa la realizzazione di nuovi approdi lungo la costa considerando che la sola Provincia di Grosseto ha più posti barca, nei porti, d’intere Regioni quali il Lazio o l’Emilia Romagna; quindi prendendo in considerazione solo la forte esigenza degli approdi per la piccola nautica, oggi sacrificata alla logica degli ormeggi ad alta resa speculativa. Sicuramente è da espandere la realizzazione di “porti verdi” lungo la costa, vale a dire zone del territorio dedicate ad un rimessaggio a terra dei piccoli natanti.

    - Una rigorosa applicazione di strumenti quali il PAI, rivedendo quindi tutte quelle scelte che portano alla realizzazione di insediamenti in zone a rischio idraulico.

    - L’utilizzazione dei proventi derivanti dalla concessioni demaniali, così come prevede la legge, per la tutela della risorsa idrica, per la manutenzione dei corsi d’acqua, in particolare per le opere classificate in II categoria idraulica quali gli argini dell’Ombrone.

    - Un’attenzione particolare alla creazione di un sistema efficace di Protezione Civile in ogni Comune,          destinando risorse alla formazione dei dipendenti e dei volontari al fine di creare un’efficace rete d’intervento    nei sempre più frequenti casi da eventi eccezionali.

    IL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE   Allo stesso modo bisogna avanzare proposte sui temi della mobilità sostenibile, della riqualificazione e bonifica delle aree periferiche o degradate, dell’inquinamento ambientale che migliorino gli indicatori sociali della qualità della vita delle nostre  comunità.

    In Particolare il Trasporto Pubblico Locale è questione fondamentale per il Paese in genere e per il nostro territorio in particolare. Eppure quest’importante articolazione in capo alle amministrazioni Pubbliche, è spesso negletta e affidata allo spontaneismo, non considerando quanto positivamente potrebbe incidere sulla salute e l’economia collettiva.

    La questione dei trasporti pubblici sarà strategica nei prossimi anni, infatti, il continuo aumento dei costi del trasporto privato, la congestione delle città, i livelli delle polveri sottili e degli scarichi di sostanze altamente inquinanti, il costo insopportabile in termini di vite umane legato all’incomprimibile quantità d’incidenti stradali, renderanno il trasporto collettivo l’unica scelta possibile per assicurare la mobilità dei cittadini.

    Nelle città della nostra provincia un’efficace organizzazione del trasporto collettivo potrebbe ridurre drasticamente l’uso del mezzo privato, con decongestionamento, riduzione delle emissioni (fortemente) nocive, vivibilità dei centri storici. I Comuni da questo punto di vista operano con pigrizia se non con vero e proprio disinteresse; questo vale per città come Grosseto, ma anche Follonica, Orbetello, Monte Argentario. Non si pone mano con serietà ai Piani Urbani per la Mobilità, all’organizzazione del traffico, a piani per la sosta per togliere le auto dai centri congestionati. Sostanzialmente si delega ad altri (spesso alle stesse aziende di trasporto) l’organizzazione e la pianificazione dei percorsi dei servizi pubblici.

    Di là dalla disorganizzazione complessiva in cui versa il TPL, la questione fondamentale è legata all’esiguità dei finanziamenti che dallo Stato pervengono alla Regione che a sua volta le gira alle Province. Queste ultime, nell’attuale sistema toscano, pur essendo le “stazioni appaltanti” del complesso delle linee, sono titolari nella gestione del trasporto extraurbano, mentre quello urbano, ai fini della pianificazione organizzativa, è a carico dei Comuni interessati. Le risorse provengono dal Fondo Nazionale Trasporti ed il suo ammontare è fermo al 1998; orbene, considerando l’aumento dei costi complessivi di questi dieci anni (carburanti, assicurazione ecc. ecc.), verosimilmente la risorsa oggi a disposizione in termini comparati è inferiore del 40-50%. Considerando che adesso si fanno più servizi e chilometri di allora, è ragionevole costatare che il prezzo di questi nuovi servizi è tutto a carico delle aziende di trasporto. Queste ultime, essendo pressoché tutte pubbliche, nel corso degli anni hanno conosciuto gestioni antieconomiche, con sprechi, duplicazioni e con apparati dirigenziali ipertrofici; soprattutto sono state usate a lungo da vari politici, come creatrici e moltiplicatrici di consenso elettorale. Ci sono voluti anni per riportare in linea queste incredibili ed allegre gestioni e comunque i costi, per intero, sia dei processi di ristrutturazione, sia dell’implementazione dei servizi, si sono in realtà scaricati sui lavoratori. Questi ultimi hanno pagato e continuano a pagare il prezzo più alto, infatti, gli autoferrotranvieri da anni sono in lotta per veder riconosciute le loro giuste rivendicazioni, essendo questa categoria tra le peggio retribuite.

    L’ultima legge finanziaria del Governo Prodi aveva in parte riconosciuto come grave il problema dei fondi destinati al trasporto pubblico, quindi aveva stanziato delle risorse per mitigare il problema. Alla Regione Toscana, al fine di migliorare il Trasporto Pubblico Locale sono stati concessi nuovi finanziamenti per poco meno di 90 milioni d’Euro. Ad oggi non un soldo di questi finanziamenti è stato trasferito a livello locale, riservandosi la Regione di programmare il TPL come riterrà più opportuno. Di contro sono due anni che il soggetto pianificatore dei finanziamenti a livello regionale, vale a dire la Conferenza dei Servizi Minimi, composta da Regione e Province, presieduta dall’assessore regionale ai trasporti, non è convocata.

    Un altro argomento legato ai trasporti e di vitale importanza è quello che attiene ai trasporti ferroviari. La chiusura progressiva delle stazioni, delle biglietterie, il continuo taglio di treni sia di carattere regionale sia interregionale, oltre a quelli di lunga percorrenza, hanno portato ad un progressivo isolamento del nostro territorio, che sempre più è percepito come irraggiungibile. I pendolari vivono una situazione drammatica, sia per la ridotta quantità dell’offerta di trasporto, sia per la qualità insostenibile e ributtante dei mezzi circolanti. Inoltre, non un solo scalo merci è rimasto attivo sul territorio provinciale. Nonostante le sollecitazioni di molti, compresi i pendolari, sia la Regione, e soprattutto le Ferrovie dello Stato, hanno sempre mostrato un atteggiamento di sufficienza se non di totale rifiuto ad affrontare il problema.

    A livello locale, quindi, è indispensabile che le amministrazioni si muovano per:

    - assumere il problema del trasporto pubblico come un vero e proprio servizio efficiente da fornire ai cittadini, quindi realizzare efficienti Piani della Mobilità Urbana, con la pianificazione dei parcheggi e soprattutto con un efficiente e proporzionata rete di Trasporto Pubblico Locale;

    - pianificare il trasporto extraurbano tenendo conto delle esigenze dei pendolari e rafforzando i servizi per evitare l’uso dell’auto propria;

    - intervenire sulle aziende, società ed enti, con rilevante numero di dipendenti, per pianificare i movimenti casa-lavoro;

    - utilizzare i piani di finanziamento per il rinnovo dei mezzi circolanti per sostituire, soprattutto nel trasporto urbano, i mezzi più inquinanti con mezzi a basso impatto ambientale;

    - dotare i comuni, soprattutto dell’interno della provincia, di piccoli mezzi per assicurare i collegamenti con le frazioni minori al fine di garantire un livello sociale accettabile e per ovviare alla continua chiusura d’uffici postali, degli uffici periferici in gene, degli ambulatori medici e dei servizi dell’ASL. Oltre a facilitare l’adduzione con le principali linee di trasporto;

    - pretendere che la Regione ridefinisca, nella Conferenza dei Servizi Minimi, la distribuzione delle risorse, che tenga conto della vastità del territorio da servire, ma soprattutto per riaffermare la valenza sociale del trasporto pubblico;

    - aprire una vertenza con le FS per ridefinire i servizi lungo la linea Tirrenica e sulla Grosseto-Siena-Firenze;

    premere per una riqualificazione delle stazioni ferroviare al fine anche di riaprire scali merci almeno nelle stazioni più significative;

    - conservare l’apertura ai fini turistici della linea Monte Antico – Asciano per i fini turistici. Anzi, incrementare le possibilità d’uso di una linea che attraversa uno dei contesti ambientali più originali della Regione Toscana;

    incrementare la promozione l’uso della bicicletta con la realizzazione di piste ciclabili sia per i percorsi urbani sia per i percorsi extraurbani;

    - creare servizi specifici di TPL “a chiamata” per le frazioni minori della nostra provincia;

    sperimentare, soprattutto per le aziende ed i grandi enti, il sistema cosiddetto di “car sharing” (auto collettiva).

    IL LAVORO   Qualità del territorio significa naturalmente anche qualità del lavoro e lotta al lavoro nero, su questo punto si può pensare alla stipulazioni di protocolli tra le autorità pubbliche preposte per il contrasto del fenomeno, all’introduzione di un sistema premiante in materia di sicurezza per le aziende, alla creazione di una banca dati degli appalti pubblici. Altro impegno programmatico che dobbiamo assumerci insieme alle coalizioni che intendiamo costruire è quello della progressiva deprecarizzazione della p.a. La lotta alla precarietà è un punto essenziale della nostra proposta politica. I Comuni sono anche datori di lavoro ma è la stessa Costituzione a prevedere l’accesso per concorso tanto che la Legge 30 può essere applicata solo in minima parte nel comparto della Pubblica Amministrazione. L’aspetto che però interessa gli Enti  locali è rappresentato dall’esternalizzazione di alcune attività proprie tanto che ormai si parla di precariato stabilizzato per quei lavoratori che vengono assunti periodicamente con gare d’appalto al massimo ribasso che non garantiscono né i lavoratori né la qualità del servizio erogato per conto dell’ente Locale. Dobbiamo tener presente che nella quasi totalità della situazioni in cui si è esternalizzato un lavoro da parte degli Enti Locali, dopo un primo periodo di risparmi, è iniziata una tendenza al rialzo dei costi che dopo pochi anni sono diventati superiori a quelli del dipendente comunale garantito. L’utilizzo di risorse interne alla dotazione organica è fondamentale anche per l’avvio di una corretta politica di ridistribuzione del reddito. Non è da sottovalutare, a questo proposito, la costruzione di professionalità sulla questione della lotta all’evasione che, proprio con le risorse recuperate, possono nei fatti autofinanziarsi. In ogni caso, nell’esercizio di quelle funzioni che attengono alla politica sociale e alla ridistribuzione delle risorse è da escludere ogni forma di esternalizzazione. Dobbiamo pretendere infine che nei contratti di servizio siano introdotte clausole per  raggiungere un quadro di solidità e garanzie per i lavoratori. E’ evidente che queste clausole debbono essere messe in atto anche in presenza di servizi gestiti a livello di Ambiti Territoriali Ottimali. Ne indichiamo alcune:

    - stabilizzazione del lavoro almeno per la durata dell’appalto;

    - prescrizione del tipo di contratto collettivo di riferimento;

    - rispetto dei carichi e degli orari di lavoro;

    - individuazione di requisiti particolari per particolari tipi di servizi. Ad esempio per i servizi alle persone o per esigenze di sicurezza (trasporti) escludere i contratti precari.

    COMMERCIO ARTIGIANATO    Ai fini di garantire la presenza delle piccole attività commerciali soprattutto nei centri storici e nelle frazioni e per contribuire a difendere posti di lavoro, vanno proposte iniziative tese a ottenere:

    - incentivi fiscali e tariffari per l’apertura di esercizi di piccola distribuzione;

    - obbligo per i comuni di formulare negli strumenti urbanistici norme specifiche per il commercio;

    - blocco della crescita della grande distribuzione in quanto la stessa, distruggendo progressivamente la piccola che non ha le condizioni per reggere il confronto, impoverisce la rete distributiva del territorio, con grave danno per i settori più deboli;

    - sostegno alle iniziative del commercio equo e solidale gestito da organismi o soggetti senza fine di lucro, riconosciuti formalmente;

    - offrire spazi diffusi e certi per il commercio ambulante e sostenere il realizzarsi di mercatini autogestiti dalle associazioni dei migranti;

    - monitoraggio permanente da parte dei Comuni sul proprio territorio del “fenomeno” caro-prezzi.

    L’artigianato e la piccola impresa devono essere integrate in un  concetto  di valorizzazione del  patrimonio territoriale, le stesse  specificità locali devono concorrere ad una politica di sviluppo responsabile che crei valore aggiunto per l’insieme del territorio facendo si che le stesse aziende portino un valore aggiunto a tutta la comunità. Uno strumento che i Comuni possono utilizzare è il recupero e il riuso di medie e grandi aree industriali dismesse; una politica comunale che favorisca l’insediamento di imprese artigiane legate alle specificità socio-culturali del territorio può essere un modo per usufruire di aree che troppo spesso finiscono in mano alla speculazione. La questione del lavoro trova anche risposte positive se la piccole imprese artigianali e industriali hanno la possibilità di competere nel mercato. Per farlo non è sufficiente la disponibilità di aree produttive ma necessitano di fattori e condizioni favorevoli. Le istituzioni e fra queste il Comune devono impegnarsi per contribuire a costruire:

    - territori o aree forti e organizzate capaci di produrre risorse, e opportunità;

    - moderne infrastrutture, aree produttive munite di servizi, una formazione adeguata per vincere le sfide dell’innovazione, un credito disponibile e accessibile, sistemi scolastici rispondenti alle esigenze di cambiamento ecc.

    L’AGRICOLTURA   Il territorio della nostra Provincia è caratterizzato principalmente dall’attività agricola che ne ha definito nel tempo economia, paesaggio, distribuzione degli insediamenti umani sul territorio, relazioni sociali e con l’ambiente.

    Da alcuni anni l’agricoltura è in crisi, l’esteso tessuto di aziende medie e piccole, che soprattutto in collina e in montagna ne costituiscono la struttura portante, subisce una costante e consistente riduzione del reddito. L’agricoltore è schiacciato dall’aumento dei costi di produzione, dal prezzo basso che il cosiddetto mercato riconosce ai prodotti del suo lavoro, dalla concorrenza sleale che propone prodotti a prezzi stracciati a causa delle liberalizzazioni e deregolamentazioni dei mercati globali. Prodotti agricoli ottenuti col bassissimo costo di un lavoro sfruttato e senza diritti, senza vincoli ambientali e sanitari, si impongono per il loro minor costo al consumo costringendo l’agricoltore locale a vendere a prezzi troppo bassi o a lasciare il prodotto sul campo. Nello stesso tempo la forbice tra quanto viene pagato all’agricoltore e quanto paga il consumatore finale si allarga a tutto vantaggio di una intermediazione parassitaria e della distribuzione.

    Le politiche comunitarie (PAC) hanno aggravato la situazione: dalle quote, al modo in cui sono stati erogati i contributi, fino all’ultima follia del “disaccoppiamento”, tutto ha lavorato per mettere in crisi le imprese agricole a vantaggio di grandi imprese di tipo agro-industriale. Da più parti si dà per scontata la fine dell’agricoltura locale produttrice di cibo e si punta su produzioni a scala industriale e no food.

    Crediamo invece che si debba puntare su un sostegno forte alle produzioni agroalimentari, legate alla storia locale a cui il territorio è vocato, puntando sulla qualità del prodotto e cioè sul suo alto valore nutrizionale e organolettico, su pratiche colturali non inquinanti, a basso consumo idrico e che mantengano la fertilità del suolo, sulla policoltura essenziale oltre che dal punto di vista agronomico, anche per il mantenimento della qualità del paesaggio agricolo. In questo quadro è essenziale il ripristino di allevamenti bradi e semibradi.

    Per ottenere questi risultati servono politiche agricole forti, sia nazionali che regionali col sostegno locale di provincia e comuni, che mettano a disposizione risorse economiche e competenze per progetti di razionalizzazione della produzione, per creare strutture associative nella produzione, nei servizi e nella commercializzazione, nell’attività di trasformazione locale di prodotti agricoli.

    Mettere in atto quelle filiere corte che riducono la catena tra produttore e consumatore con vantaggio per entrambi. Sono progetti che potrebbero riempire di contenuti il Distretto Rurale d’Europa con cui per prima la Provincia di Grosseto è stata definita. Un’agricoltura che ha come risultato della sua attività il mantenimento della qualità ambientale e paesaggistica si lega in maniera naturale ad una offerta turistica che faccia in modo che chiunque passi o sosti in questo territorio ne individui con precisione quelle che sono le caratteristiche intrinseche e tragga godimento dalla sua unicità.

    L’agriturismo dovrebbe tornare ad essere mezzo di integrazione del reddito agricolo; i turisti diventerebbero ospiti da accogliere offrendo qualcosa di integro e di leggibile che ha senso di imparare a conoscere; questo tipo di turismo è capace di creare un circolo virtuoso e di mettere in moto economie locali a cascata.Particolare attenzione va dedicata al settore dell’agricoltura biologica che deve rientrare nei piani di sviluppo rurale della provincia di grosseto perché rappresenta un modo per tutelare la salute e il benessere dei cittadini attraverso migliori standard di vita che valorizzano le differenze ambientali, socioeconomiche e culturali della realtà maremmana. Come è indispensabile che l’Amministrazione provinciale crei una rete di promozione degli alimenti biologici del territorio privi di Ogm, è allo stesso tempo importate che sviluppi progetti per velocizzare l’utilizzo di tali prodotti nelle mense scolastiche, ospedaliere, ecc, così da poter coinvolgere i cittadini a diventare promotori del biologico e del rispetto ambientale già da oggi. E’ importante portare avanti politiche di salvaguardia e sviluppo delle produzioni agricole del territorio maremmano, riconosciute tra le eccellenze a livello locale e nazionale, orientando i consumatori verso una scelta consapevole di prodotti di qualità e garantiti come quelli biologici. Allo stesso tempo il biologico rappresenta un’occasione importante per avvicinare il mondo prettamente agricolo a quello sociale attraverso lo sviluppo dell’agricoltura sociale nel cotesto rurale in cui viviamo, con il coinvolgimento delle cooperative sociali e bio fattorie sociali, associazioni di volontariato e di famiglie alle prese con famigliari variamente svantaggiati. Tutto questo può trovare un sbocco concreto nella realizzazione di una rete di bio fattorie sociali e la promozione di progetti sperimentali che coinvolgano direttamente tutti i soggetti interessati: realtà produttive agricole, persone svantaggiate,istituzioni socio-sanitarie, amministrazioni pubbliche competenti, associazioni del Terzo settore e del volontariato, al fine di attivare programmi di inclusione sociale e lavorativa nel settore biologico. Per ottenere tutto ciò è indispensabile ricercare e attivare tutti i canali programmatici e di spesa possibili a livello nazionale, comunitario e regionale, primi fra tutti quelli derivanti dai Fondi Strutturali Europei Agricoli, di Coesione sociale e Regionali.

    LA “SICUREZZA”   Sul tema della sicurezza dobbiamo ribaltare ogni impostazione di tipo securitario, tesa alla militarizzazione del territorio e ragionare sulla (ri)costruzione di socialità come strumento di prevenzione e recupero della devianza. Questo significa investire molto sulle misure di inclusione sociale (a partire dal problema ormai drammatico della casa), di potenziamento delle attività educative attivando maggiori sinergie con gli istituti scolastici, di tutela dei diritti dei migranti, attraverso il coinvolgimento delle forze sociali ed associative impegnate su questo versante nella stesura del programma. Le questioni connesse con i temi della convivenza civile e del rispetto delle regole e delle leggi hanno trovato in questi anni una sistemazione anche di carattere politico e culturale che difficilmente si riesce a differenziare fra ciò che propone la parte moderata della coalizione dell’Unione da quella delle destre.

    Sempre di più assistiamo nei Comuni, anche amministrati dalle forze di centro-sinistra, all’uso improprio delle forze della Polizia Municipale quali fossero agenti di pubblica sicurezza (Polizia e Carabinieri). Nel dare la caccia alle bancarelle degli immigrati o  nell’esecuzione degli sfratti.

    I PROCESSI DI PARTECIPAZIONE    La  partecipazione deve diventare una costante di metodo e di merito nel nostro lavoro politico territoriale. Per noi ovviamente la partecipazione è uno strumento essenziale nella costruzione dell’iniziativa politica, nell’individuazione dei nodi programmatici, nella ricerca di alleanze sociali e di movimento, nella costruzione di reti orizzontali, saperi, cittadini, istituzioni (come nel caso della Rete del Nuovo Municipio).

    Allargare le esperienze del bilancio partecipativo, estendere il ricorso a referendum consultivi, favorire la strutturazione di comitati di frazione e tematici possono essere alcune delle buone pratiche da sperimentare, raccogliendo molti degli spunti suggeriti in questi anni dai movimenti politici e sociali che hanno lavorato sulle questioni del governo locale.

    Il superamento della precarietà ed il miglioramento delle condizioni del lavoro nel sociale deve essere un punto qualificante del programma.  A tal fine è necessario superare il sistema delle esternalizzazioni e degli appalti al massimo ribasso. Pensiamo che vada rilanciata prioritariamente la stabilizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici  del sociale:  un elemento imprescindibile per la qualità dei servizi stessi, che può essere affrontata anche all’interno di piani pluriennali di ridefinizione delle piante organiche che possano colmare la differenza che si è venuta a creare tra piante organiche programmate ed effettive, tenuto anche conto degli obblighi per le amministrazioni pubbliche di rispettare la normativa vigente per l’inserimento lavorativo per le persone con disabilità

    Le amministrazioni locali possono avere un ruolo nella incentivazione di Gruppi d’Acquisto Solidale formati da un insieme di persone che decidono di acquistare all’ingrosso prodotti alimentari o di uso comune, da ridistribuire tra loro.

    I gruppi d’acquisto solidale cercano prodotti provenienti da piccoli produttori locali per avere la possibilità di conoscerli direttamente e per ridurre l’inquinamento e lo spreco di energia derivanti dal trasporto. Il sostegno alla attività di enti ed associazioni impegnate in tali pratiche e la contaminazione di “buone” esperienze, lascia spazio ad un’immagine positiva del futuro che questi nuovi modi di interpretare la società, l’economia, il governo del territorio e il cittadino possono realizzare.

    La programmazione dal basso è un punto qualificante di una nuova idea del ruolo delle amministrazioni locali. Essa deve basarsi su forme di inchiesta sociale dei bisogni del territorio, sviluppata in maniera continuativa e non episodica, in modo da poter costruire una mappatura partecipata delle questioni principali su cui intervenire, ( politiche giovanili, assistenza domiciliare, disabilità).

    Va istituito l’ufficio di cittadinanza anche in forma consorziata tra i piccoli comuni o lo sportello di segretariato sociale come viene chiamato in molte realtà, in cui deve essere garantita la presenza di almeno un assistente sociale coadiuvata da una figura amministrativa. L’ufficio di cittadinanza deve diventare la porta di accesso ai diritti fondamentali della persona:  dall’assistenza domiciliare, ai servizi residenziali e semiresidenziali,  agli asilo nido, all’abitazione al reddito minimo d’inserimento. Dovranno essere previsti  servizi di mediazione culturale e operatori e operatrici di strada, a presidio civile e di ricostruzione dei legami sociali sul territorio.

    IL “DISAGIO ABITATIVO”   Il governo Berlusconi ha cancellato i finanziamenti della legge nazionale n°9/2007 sul disagio abitativo in sostegno alle categorie deboli, da noi fortemente voluta che predisponeva strumenti tesi ad affrontare l’emergenza costruendo al tempo stesso la  base di partenza per interventi strutturali di una nuova politica del diritto alla casa. La politica di Berlusconi a parole promette case in proprietà ai giovani, la svendita del patrimonio pubblico, ma nella sostanza continuerà nella privatizzazione e a svendere la poca edilizia pubblica rimasta, le caserme dismesse  sulle quali si poteva trovare le localizzazioni dei finanziamenti sono destinate ad operazioni private speculative.

    La nuova proroga sospende gli sfratti per finita locazione solo nei Comuni capoluoghi di provincia e quelli limitrofi, lasciando fuori i Comuni ad alta tensione abitativa mentre gli sfratti per morosità che stanno crescendo assieme ai mancati pagamenti dei mutui, non trovono nessuna risposta ne come sostegno all’affitto, ne la necessita di calmierare gli affitti neri. E’ necessario rivendicare dal Governo, alla Regione, fino agli enti locali un piano che porti al rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, anche attraverso nuovi interventi di natura fiscale e con la previsione della stima delle risorse necessarie, per aumentare  l’offerta di alloggi a canone sociale e/o convenzionato. In particolare le nostre proposte sul tema riguardano:

    Il contrasto ai progetti di privatizzazione del patrimonio pubblico e della sua gestione nonché ai processi di dismissione generalizzati;

    Gli  interventi per la difesa e l’incremento della residenza nei centri storici, contrastando i fenomeni di espulsione speculativa;

    Gli interventi per favorire, anche  utilizzando lo strumento dell’autocostruzione e dell’autorecupero, il risanamento e la destinazione a fini residenziali degli immobili pubblici e privati, abbandonati e degradati, favorendo, a tal fine,  la costituzione ed il sostegno di cooperative di nativi e migranti;

    La massima trasparenza delle liste e graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica nonché l’eventuale modifica delle modalità di accesso che tengano conto anche del nuovo fabbisogno abitativo;

    Una gestione dei contributi statali e regionali per il sostegno all’affitto, integrati anche con risorse proprie dei comuni, che ne consentano un uso ai fini di intervenire per l’emergenza abitativa, in particolare a quella derivante dalla morosità;

    Facilitare e sostenere gli interventi costruttivi pubblici e privati che siano indirizzati all’aumento dell’offerta di alloggi in locazione a canoni sostenibili destinando ad essi prioritariamente le aree disponibili all’edificazione sulla base di quanto previsto dai piani regolatori;

    L’istituzione di  sportelli informativi;  sportelli specifici per l’emergenza abitativa , capaci di fornire indicazioni e sostegni anche legali per contrastare il mercato nero delle locazioni, consulte per il diritto alla casa, aperte alle organizzazioni degli inquilini, ai comitati, alle associazioni dei migranti, a quelle della solidarietà e del volontariato per un tavolo di confronto permanente sulle politiche abitative.

    I “MIGRANTI”   Promuovere un intervento del comune sulla gestione socialmente compatibile degli sfratti. Sulla questione di una efficace integrazione dei migranti, gli enti locali possono agire efficacemente sui seguenti fronti:

    - Assistenza sanitaria per tutti, indipendentemente dalla regolarità del soggiorno.

    - Diritto all’istruzione per tutti i minori stranieri, anche se privi di permesso di soggiorno o con genitori irregolari

    - Costruire o rafforzare la rete degli sportelli informativi, promuovere accordi con le Questure per la trasparenza delle procedure relative ai permessi di soggiorno, nell’attesa che si modifichi la normativa nazionale.

    - Favorire i ricongiungimenti familiari

    - Migliorare la condizione delle lavoratrici di cura, migliorare la vita degli anziani

    - Favorire la partecipazione degli stranieri, introdurre il diritto di voto negli Statuti

    - Attivare forme di mediazione culturale e linguistica negli uffici pubblici.

    - Costruire insieme con le comunità e le associazioni campagne locali contro il  razzismo e forme di sensibilizzazione mirate.

    SCUOLA E CULTURA   E’ nato un forte movimento “l’onda” contro le politiche del governo scuola e università, il governo è in difficoltà trasforma il decreto sull’università in disegno di legge, la Germini costretta a ricevere i rappresentanti del  mondo della scuola mobilitato come non si vedeva da anni, non possiamo prevedere gli esiti di questa mobilitazione che potrebbe unire il mondo del scuola con quello del lavoro, possiamo però impegnarci a fondo in questo obbiettivo, mettendolo al centro dei nostri programmi elettorali nei comuni  istituendoforme di partecipazione alla loro stesura per esempio.

    Il sistema dell’istruzione è una risorsa fondamentale per la crescita della comunità locale. Le scuole vanno valorizzate come centri di promozione umana e culturale, di aggregazione sociale e di partecipazione democratica. Nell’ambito del sistema dell’autonomia si dovranno intensificare i rapporti e gli interscambi tra le Scuole, l’ente locale ed il territorio. In particolare, si dovrà favorire il coordinamento tra le istituzioni scolastiche e i servizi sanitari, sociali, sportivi e le istituzioni culturali.

    Al fine di favorire l’accesso al sapere dei cittadini e delle cittadine, con prioritaria attenzione per le fasce sociali deboli e a rischio di abbandono scolastico, è necessario promuovere una serie di interventi che diano centralità alle politiche della conoscenza nella dimensione locale. La prima questione che dovrà essere affrontata è quella relativa agli spazi scolastici. Di concerto con le Province, dovrà essere varato un piano straordinario per l’edilizia scolastica, capace di assumere l’obiettivo della sicurezza, attivando canali di finanziamento pubblico. Per quanto riguarda le politiche sul diritto allo studio, particolare attenzione dovrà essere posta all’integrazione dei soggetti disabili, anche attraverso la promozione di accordi di programma con le istituzioni scolastiche e con le Asl, al fine di favorire la programmazione coordinata dei servizi scolastici con quelli sanitari, socio assistenziali, ricreativi e sportivi. Compiti importanti invece possono e debbono svolgere da un lato le province - in particolare per quanto riguarda la formazione nei settori culturali e dello spettacolo (musica, teatro, cinema) - e dall’altro le amministrazioni comunali attraverso politiche finalizzate a creare le condizioni culturali, economiche e sociali per accedere alla cultura.

    Cultura come bene comune, non privatizzabile, come l’acqua; ma soprattutto diritto fondamentale, come la salute; patrimonio di tutti, bene inalienabile: a tutti va garantito l’accesso alla produzione e alla fruizione della cultura.

    Si va sempre più diffondendo nelle nostre città la politica dei grandi eventi, che nulla cambia nella vita delle persone, nella loro possibilità di accedere alla cultura. Anzi si è andato sempre più restringendo il numero di coloro che della cultura possono fruire. Le politiche dei grandi eventi restituiscono moltissimo in immagine per il Comune che li promuove, restituiscono anche dal punto di vista economico, fondamentalmente per i commercianti. Ma in nessun modo influiscono sulla vita vera della città, sulle persone, sulle comunità, sulle tante periferie, sui bisogni quotidiani. Sulla possibilità di arrivare alla cultura nel proprio paese, nel rispetto dei tempi di vita di ognuno, nel rispetto delle possibilità economiche di ognuno. I grandi eventi rappresentano la precarietà del lavoro e la precarietà della cultura.

    La politica culturale di un ente locale dovrebbe concentrarsi allora non solo sui centri storici, non solo su feste e festival, di cui l’Italia è già ricca,  ma nel restituire ai territori la vita culturale che è stata loro tolta. Costruendo o riaprendo o potenziando in tutti i luoghi delle città biblioteche, teatri, cinema, sale di registrazione per la musica, di sperimentazione teatrale, case delle culture.

    IL CICLO DEI RIFIUTI  Sul ciclo dei rifiuti  anche in adesione alla Strategia tematica approvata dalla Commissione europea il 21 dicembre 2005, vanno eseguite;

    - la diminuzione delle quantità da conferire

    - non realizzazione di impianti di incenerimento dei rifiuti;

    - aumento della raccolta differenziata, con una sempre crescente percentuale di materia effettivamente recuperata;

    una sempre maggior tutela ambientale negli impianti destinati a smaltimento dei rifiuti speciali e pericolosi.

    Noi proponiamo poi l’incentivo di pratiche virtuose quali la diffusione dei compostatori domestici, l’estensione di esperienze che portano aziende commerciali a donare alimenti in scadenza ad associazioni che assistono bisognosi (last minute market), la graduale sostituzione di imballaggi in alluminio con altri materiali anche mediante l’imposizione di un graduale divieto di commercializzazione; e che i rifiuti in legno non possano essere conferiti in discarica, se necessario anche con una precisa disposizione del piano rifiuti, dovendosi più correttamente destinare questo materiale naturale al compostaggio, se in ramaglie, o al recupero di materia che preserva altri alberi.

    Ma soprattutto ribadiamo che per gestire le risorse naturali in modo più responsabile occorre rompere i legami tra crescita economica, utilizzo delle risorse e produzione dei rifiuti, e a tale scopo chiediamo che ad ogni livello si sviluppi una politica integrata dei prodotti, anche in collaborazione con le imprese, proprio per ridurre l’utilizzo delle risorse e l’impatto dei rifiuti sull’ambiente.

    E’ ampiamente dimostrato che incenerire rifiuti non chiude affatto il ciclo dei rifiuti, trasformando l’atmosfera in discarica incontrollata. Sono altresì dimostrati i danni alla salute che produce l’incenerimento (1) ed essendoci alternative messe in pratica da anni in Italia e dimostratesi più sicure, meno costose e molto più vantaggiose sia per i contribuenti, sia per l’occupazione e per il sistema delle imprese (2), non si giustifica più la scelta dell’incenerimento, per di più in una ipotesi di rigidità pluridecennale, che di fatto blocca una auspicabile evoluzione nella riduzione e nella differenziazione dei rifiuti prodotti.

    Le alternative da noi proposte favoriscono il raggiungimento di quegli obiettivi regionali e nazionali che, nella esperienza di autorevoli studi promossi da FederAmbiente (2), non si conciliano con la rigidità imposta dagli inceneritori. I dati regionali in merito alla efficienza del sistema in Provincia di Grosseto per il calcolo della ecotassa (andamento crescente e quantità della produzione dei rifiuti e decrescente della raccolta differenziata a livelli modestissimi) lo stanno a dimostrare (3). Pertanto non condividiamo la scelta di realizzare un impianto di produzione del CDR e di destinare all’inceneritore di Scarlino il combustibile da rifiuti da produrre in provincia, tanto più nell’ambito del Piano interprovinciale della Toscana sud, dove esistono altri inceneritori e mancano invece impianti a freddo capaci di recuperare le materie prime presenti nei rifiuti.

    La nostra posizione è quella di andare verso  politiche di riduzione dei rifiuti in modo tale da contenere sempre più la parte residuale dei rifiuti medesimi, scegliendo nella raccolta soluzioni alternative ai cassonetti stradali, come il porta a porta generalizzato con tariffa premiante e, per chiudere effettivamente il ciclo, l’utilizzazione di impianti di trattamento biologico meccanico a freddo, che  hanno già dimostrato di non avere più bisogno di incenerire, ne di portare in discarica il residuo, recuperando tutto ciò che è conferito in modo indifferenziato (4). Basta imitare l’esistente per risparmiare sulle tariffe che in provincia sono arrivate a livelli insopportabili a testimoniare il, fallimento delle pianificazioni in essere.

    Servono con urgenza impianti di compostaggio del verde ed organico su scala comunale e intercomunale, stazioni comunali di conferimento differenziato di rifiuti ingombranti e speciali, una più attenta e limitata assimilazione degli speciali agli urbani, utilizzati in altre province toscane falsamente virtuose per gonfiare la % di RD, e tariffe puntuali e premianti.

    Attardarsi su ipotesi, ampiamente smentite dalle esperienze concrete, di una integrazione in aree comunali tra l’incenerimento e la raccolta differenziata è strumentale ad altri fini, irrispettosa della salute pubblica e molto più costosa ai cittadini e alla collettività.

    L’ENERGIA  La scala locale non e’ certamente risolutiva degli impegni gravanti sull’Italia relativamente ai Cambiamenti climatici, energia e  KYOTO, ma vanno praticate anche  a questo livello tutte quelle iniziative che, soprattutto se diffuse a tutto il territorio nazionale, possono contribuire anche in maniera significativa al contenimento delle emissioni dei gas climalteranti che sono oggi senza alcun dubbio da tutti individuate come la principale causa degli stravolgimenti meteorologici che determinano conseguenze disastrose sui territori: dagli tsunami alle frane, dalle alluvioni alle desertificazioni che costringono alla fame ogni anno milioni di persone condannandole alle malattie e alla morte.

    Nei prossimi anni gli enti locali, anche in relazione ai recenti accordi europei, dovranno approvare nuovi Piani energetici individuando in particolare le forme di incentivo al risparmio energetico e le scelte che, una volta pianificate, devono entrare nel quotidiano modo di produrre e usare energia: privilegiando le fonti realmente alternative, la microcogenerazione e i dispositivi di risparmio energetico. Respingendo invece ogni irricevibile proposta sul ritorno al nucleare o sull’uso del carbone o di olii combustibili pesanti che vanno definitivamente consegnati alla storia degli errori fatti dall’uomo nel suo rapporto con l’ambiente, con la terra che ci ospita e ci nutre.