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LUCIANO GALLINO E LA SINISTRA IN CRISI
Pubblicato il giugno 25th, 2009 8 commenti
Invitiamo i lettori del sito www.rifondazionegrosseto.com a leggere l’intervista a Luciano Gallino, uno tra i sociologi italiani più autorevoli, realizzata da Valentino Parlato per “Il manifesto”. Un’intervista interessante sulla quale è possibile aprire una discussione anche on-line e da riproporre in sede di assemblea provinciale degli iscritti (simpatizzanti compresi) che si terrà il 4 luglio prossimo a parire dalle ore 15:00 presso la sede provinciale del PRC Grosseto in Viale Europa. Buona lettura e avanti con le riflessioni!
Luciano Gallino, questa crisi della sinistra è una crisi italiana, con Berlusconi, oppure è europea?
Direi che seppure con molte differenze tra un paese e l’altro è una crisi europea che ha molte forme. Basti pensare al caos del Partito socialista francese o la deriva verso posizioni di centro-destra del labour britannico o dei socialdemocratici tedeschi. Quindi nell’insieme direi che è una sindrome europea.
Negli anni 70 questa sinistra era forte in Italia e in Europa. Quali possono essere le cause di questa crisi? La miopia dei dirigenti?Il crollo dell’Unione sovietica è stato un fattore di grande importanza, non foss’altro perché ha rafforzato fortemente il centro-destra e la destra. Teniamo presente che le conquiste dei lavoratori tra gli anni ’60 e ’70 - salari decenti, prolungamento delle ferie, sabato festivo, servizio sanitario nazionale, nel nostro paese come in altri - sono stati possibili anche perché la classe egemone vedeva con grande preoccupazione l’Urss, naturalmente per il suo peso sulla scena mondiale ma anche per quello che poteva significare come sostegno – ideologico oltre che materiale – ai partiti di sinistra dell’occidente. Caduta l’Unione sovietica, la destra ha preso forza e fiato e le sinistre si son trovate un po’ l’erba tagliata sotto i piedi.
C’è un altro aspetto che in parte spiega la sconfitta, cioè il totale fraintendimento da parte delle sinistre, dei partiti socialdemocratici in particolare, del processo di globalizzazione. Mi riferisco allo scambio che è effettivamente avvenuto fra l’Occidente che ci ha messo capitali e tecnologia, e la Cina, l’India ecc. che ci hanno messo la manodopera pagata una miseria. Non hanno capito, quindi sono caduti in una prospettiva che io chiamo adattazionista: la globalizzazione c’è, perciò non resta che adattarsi ad essa. Che significa aver perso la partita ancor prima di cominciare.Ma non c’è anche un cambiamento nel mondo del lavoro e una perdita di importanza del lavoro, la fine del fordismo, la società post-industriale… si può dire una società post-industriale?
No, direi di no per due motivi. Intanto l’industria continua ad essere un settore di grande importanza in tutte le economie sviluppate. In secondo luogo i modelli di organizzazione dell’industria, messi a punto nell’arco di un secolo dall’industria manufatturiera, sono stati applicati anche ad altri settori. Al presente l’agroindustria, la ristorazione rapida, i call centers ecc. utilizzano dei modelli di organizzazione del lavoro che sono quelli inventati un secolo fa.
Secondo lei il terziario si è industrializzato?
Gran parte del terziario ha adottato modelli organizzativi dell’industria che si fondavano, e in gran parte ancora si fondano, sull’imperativo taylorista: voi lavorate, noi pensiamo.
C’è quella frase di Marx che ogni tanto viene citata «lo sfruttamento del lavoro vivo diverrà una ben misera base per lo sviluppo generale della ricchezza». C’è una perdita di valore nel lavoro?
Certamente sì. Perché a partire dalla fine degli anni 70 si è avuta una straordinaria finanziarizzazione dell’industria e dell’attività produttiva in generale. Quindi si sono sempre più sviluppate tecnologie complesse per produrre denaro mediante denaro, scartando per quanto possibile il passaggio attraverso le merci, o facendo fabbricare le merci dai cinesi o dagli indiani. Quindi la produzione di denaro per mezzo di denaro ha portato con sé -e per certi aspetti è stata anche scientificamente cercata – la svalutazione, la sottovalutazione del lavoro manuale, del lavoro industriale.
Non potevano resistere dei partiti, il Pci soprattutto, che già avevano preso le distanze dall’Unione sovietica? O sono stati capitolardi?
Debbo dire, con mio rincrescimento, che sono del tutto d’accordo con questa interpretazione. La capitolazione dei partiti comunisti è stata precipitosa, e per certi aspetti inconsulta, anche se il crollo dell’Urss è stato un trauma colossale. Però che il socialismo realizzato avesse crepe profonde si sapeva da tempo. Temo quindi che la definizione di capitolardi sia azzeccata.
Insomma, a questo punto le sinistre hanno rifiutato l’identità passata ma non si sono date una identità nuova…
Certo, perché - l’ho detto all’inizio - non avevano capito nulla del processo di globalizzazione. Non avevano capito che la globalizzazione è un aspetto di una guerra di classe globale. E’ una espressione che da noi fa saltare sulla sedia, anche molti a sinistra. Ma io la prendo da un libro che ho sul tavolo, un libro americano che si intitola The global class war di Jeff Faux, fondatore dell’ Economic Policy Institute, che da buon americano liberal non teme di usare le parole che occorre usare, cioè conflitto di classe. Mentre le nostre sinistre hanno rimosso l’idea stessa di classe sociale.
Cosa fare per tornare forti e protagonisti?
Dall’89 sono passati 20 venti anni. Quello che si è smontato in vent’anni non è che si possa rimontare in poco tempo. Sicuramente un recupero della teoria critica, intesa non soltanto come recupero dei francofortesi che, comunque, avevano molte cose da dire. Ma anche come capacità di analizzare a fondo il processo dell’economia globale, come ad esempio sanno fare molti centri studi liberal americani, perché se uno vuol capire qualcosa finisce che deve passare di lì. Gran parte del nostro centro sinistra è molto più a destra dei liberal americani, quindi bisognerebbe partire dall’analisi delle classi, da una analisi seria del processo di globalizzazione.
Adesso Bertinotti dice confluiamo nel Pd.
Il Pd è certo un aggregato un po’ singolare. Debbo dire che nelle conferenze, nei seminari che faccio, negli incontri ai quali sono spesso invitato anche dal Pd, scopro che molti interlocutori sono di sinistra. E’ vero che sapendo che io sono di sinistra c’è una sorta di pre-selezione, comunque credo che nel Pd ci sia davvero una componente di sinistra. Però il confluire nel Pd non mi parrebbe una soluzione.
E per esempio l’unificazione fra Sinistra e libertà e Rifondazione.. a me non convince. Non potrebbero mettersi insieme e cercare di definire un programma di sinistra, sulla base di un programma poi unificarsi, mettersi d’accordo..
Sì. Credo che la partenza dovrebbe essere l’analisi, la critica, l’opposizione intellettuale, gli approfondimenti e un programma. E poi su questo vedere come ci si può aggregare. Però da qualche parte bisogna pur cominciare.
Dovrebbero smettere di litigare…
E sì, questo fa veramente cascare le braccia.
L’ultima domanda. Io faccio questa intervista, chiedo articoli proprio per aprire una discussione proprio sul che fare della sinistra. Come si rinnova e si unifica la sinistra. E’ utile che il manifesto cerchi di diventare un forum di questa discussione?
Direi di sì, anche perché non ce ne sono altri. Il manifesto si vede, gira, è letto. E’ che inventarsi nuovi forum, nuovi mezzi di comunicazione mi pare – oggi come oggi – molto difficile. E’ chiaro che le voci, gli umori, le sensibilità sono molto diverse, quindi bisogna restare assai aperti. Però mi pare che lo spazio ci sia e che in ogni caso, qualunque sforzo di allargarlo può essere utile.
8 risposte a “LUCIANO GALLINO E LA SINISTRA IN CRISI”
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ilario germinario giugno 26th, 2009 alle 13:49
……MI tocco x sentire se ci so!!!!!!
credo sarebbe opportuno un comitato di redazione
per la gestione di questo sito -
ilario germinario giugno 30th, 2009 alle 15:24
come mai hai fatto sparire il tuo intervento???
dal blog???mah il caso?????????
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ilario germinario luglio 2nd, 2009 alle 11:53
X informazione ai posteri :
La tua risposta al mio primo post e’ stampata cosi il MIO SECONDO POST .
CENSURA PERFETTA
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Maurizio luglio 2nd, 2009 alle 12:08
a me non risulta Ilario…in ogni caso verifico
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Franco luglio 7th, 2009 alle 15:35
Cari e care,
vi scrivo per condividere con voi - gran parte dei quali e delle quali
non mi conosce, ma tant’è - le mie impressioni sull’attivo di sabato
scorso.Intanto una premessa: sabato ero in modalità babbo e sono, siamo,
arrivati in ritardo, quindi l’introduzione del segretario non l’ho
sentita. Ma ho sentito tutto il resto, fino a che non sono andato via
con mio figlio, il piccolo rosso, per chi era presente
Seconda premessa, importante: non sono iscritto al Prc, non sono mai
stato iscritto, e se devo essere sincero vi ho pure votato poco, se non
alle amministrative, qualche volta. Questo perché, di base, sono
ideologicamente astensionista e se voto lo faccio solo qualche volta a
livello locale e se le persone da votare mi convincono a tutto tondo,
come il Barocci quest’anno.
Sono sempre stato nei movimenti, dall’ormai lontano 1985, fino a che
non mi sono trasferito in provincia di Grosseto dove, tra la paternità,
il lavoro e la mancanza di movimenti, sono entrato in una fase di quasi
completo prepensionamento, ahimè.La mia impressione di sabato - lo dico subito, fuori dai denti - è
stata pessima.Sarà che mi aspettavo qualcosa di diverso (sono ignorante delle cose di
partito, come dicevo sopra), un “attivo provinciale aperto ai
simpatizzanti”, come era scritto nella convocazione, mi aveva portato a
credere di trovare a) una partecipazione vasta b) un atteggiamento di
apertura, non solo e non tanto nei temi, quanto nei modi, rispetto “ai
simpatizzanti”.
Mi sono trovato, invece, in una situazione grigissima, con poche
persone, un’età media elevata (tolti gli estremi) e, soprattutto, con
il più trito rito di partito: il segretario fa l’introduzione, e poi i
vari compagni si alzano, tipo scolari, vanno alla cattedra ed espongono
la loro idea. Stop. Niente dialogo, nessun contraddittorio. Clima
pesantissimo, tetro, spento, pesante.Io, a prescindere che vengo da mondi dove la discussione, anche in
piccoli gruppi, avviene in maniera assai diversa, nel mio
prepensionamento sono anni che frequento i giovani paesani del mio
paesiello (Monticello Amiata) e in anni di lavoro alla Confesercenti
(5, fino ad agosto scorso), anche giovani grossetani non
politicizzati.Questa gente, la “gente comune”, che magari quando va a votare lo fa
pure “a sinistra”, in una situazione come sabato ad essere ottimisti
avrebbe taciuto tutto il tempo per poi non farsi più vedere; ad essere
pessimisti si sarebbe alzata tempo 5 minuti e non l’avreste più vista,
egualmente.Ma lo stesso è valso per me, nonostante i miei 40 anni di cui quasi 25
a far politica.Questo a PRESCINDERE dei contenuti, che nella stragrande
maggioranza dei casi, nessuna persona “normale” sarebbe riuscita a
seguire.Personalmente penso di aver imparato qualcosa in questi 25 anni di
militanza prima, e di attivismo politico poi: il modo, il come si fanno
le cose, è altrettanto importante del cosa si fa.
Non dico nulla di nuovo: i libertari lo dicono da sempre, le compagne
femministe almeno dagli anni ‘70, quindi arrivo felicemente ultimo
Se veramente, come è stato detto tante volte da tante persone sabato,
si vuole coinvolgere la “gente”, cioè i cittadini; se veramente
vogliamo far tornare a “sinistra” la bussola politica di questo paese,
allora, a mio modestissimo avviso, dobbiamo iniziare a porci delle
domande, a porci dei dubbi, su COME ci poniamo nei confronti dei
cittadini e delle cittadine di questo porco paese e del perché, nella
stragrande maggioranza dei casi, il risultato che otteniamo è la fuga.Il come significa anche il come ci si pone, nei confronti della
“gente”: dal 2008 ad oggi, come minimo, ma se vogliamo possiamo
retrodatare il tutto al 2006, la sinistra istituzionali italiana, ma
anche quella di movimento, è stata letteralmente spazzata via dallo
scenario politico istituzionale di questo paese.
Questo, a mio avviso, è un segnale abbastanza chiaro che, forse, ci
sono molte cose da cambiare. Rifondazione non ha più parlamentari, non
ha più soldi (lo diceva Salvatore nel suo intervento), la struttura del
partito è da rifondare - scusate il gioco di parole - dalle basi.Ma nonostante tutto questo, io non ho trovato quasi traccia di una
lettura autocritica non solo sul recente passato, ma anche e
soprattutto sulle categorie interpretative da usare per leggere il
presente e, di conseguenza, scegliere quali azioni compiere per
rilanciare un progetto democratico vero, in primis, e di sinistra poi,
nel mostro paese.Umiltà. E’ questo che non ho trovato sabato.
Volontà di confronto, capacità di mettersi in gioco, senza la pretesa
di essere “l’avanguardia” di non si sa bene cosa.Ora ci arrivo, al cosa.
Nei miei 5 anni di prepensionamento ho “scoperto” un’altra cosa, a mio
avviso centrale.Nei territori la sinistra non esiste.
Esiste la “sinistra”, cioè quella roba istituzionale che domina il
vivere politico di questa nostra regione, e della provincia di Grosseto
pure.Domina, nel vero senso della parola, tanto che “se non sei dei loro”,
come si sente dire sempre più spesso, non fai nulla, non hai
possibilità di crescita alcuna.
Un dominio che sa di mafioso, anche se è semplice, banalissimo e
totalmente italiota lottizzazione partitica.Partitica, non politica. Distinzione fondamentale, di cui ci siamo
dimenticati, tutti/e, ormai da tempo:
il vivere politico significa stare attivamente nella propria comunità,
occupandosene.
Quindi è politico la Pro Loco di Monticello Amiata, il torneo di
calcetto che è iniziato ieri, le iniziative di quest’estate organizzate
da tutte le associazioni del paese e così via; così come è politico il
Comune, i partiti che se ne contendono la gestione, e tutto quello che
è istituzionale.
Peccato che tutto quello che è istituzionale sia ormai completamente
dominato dai partiti, ed è l’unico luogo dove si può vedere - sempre di
meno - la sinistra.Per il resto, nella società, nel mondo del lavoro, nella quotidianità -
Q U O T I D I A N I T A’ - delle persone la sinistra non c’è più, è
stata smantellata, buttata via. Tutta la rete di sezioni, case del
popolo, cooperative di consumo, società di mutuo soccorso, circoli, di
cui era famosa la toscana in tutto il mondo, non esiste più. Un tessuto
vitale, capillare, contraddittorio, inserito nella quotidianità più
minuta delle persone, della “gente”, è stato spazzato via, buttato nel
dimenticatoio il giorno che è caduto il muro di Berlino (pensa te!).E la gente comune, quando gli si dice “sinistra”, in cosa dovrebbe
identificarsi? Che modello di “sinistra” ha, una persona “normale”,
davanti agli occhi oggi?Il Pd. D’Almea. Lo Scheggi, qui da noi, o il Ceroni.
O Bertinotti, nel salotto di qualche anchorman televisivo, a
straparlare in maniera incomprensibile ai più di politica di altissimo
livello geopolitico. O magari no, anche di cose terra terra,
quotidianissime, che nella sua bocca assumono assolutamente un pessimo
tono populista, visto che un Bertinotti, col suo cachemire, la sua
erre moscia, la sua assoluta padronanza di quegli ambienti top, è
distante anni luce da qualsiasi persona normale.E’ lì che abbiamo perso, ad iniziare dagli anni ‘80, quando abbiamo
iniziato a mollare il territorio nella sua quotidianità, quando abbiamo
smesso di essere presenti tutti i giorni in mezzo alla gente, ai suoi
problemi, alle sue gioie, alle sue contraddizioni. Alle nostre
contraddizioni.Abbiamo, tutti/e. La sinistra - comunista, antagonista, libertaria,
femminista, verde o a pallini, non c’è più. Non solo e non tanto in
parlamento - e sticazzi! - quanto nella testa, nelle vene, nelle
viscere della gente.Se mai la sinistra tornerà ad essere qualcosa in questa società, lo
farà quando tornerà ad essere un luogo quotidiano dei cittadini di
questo agghiacciante paese, in cui i cittadini possano sentirsi ed
essere protagonisti nella costruzione di questa sinistra.Altrimenti morirà, e forse va bene così.
Saluti libertari.
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“L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana
di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci
passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve
l’utopia? A questo: serve a camminare.” Eduardo Galeano -
Leonardo luglio 8th, 2009 alle 08:31
è vero, abbiamo perso, perdiamo su tutti i fronti (politico, culturale) e per colpa nostra (incoerenti, rissosi, lontani dalla gente), di sicuro in buona fede. ma con noi perdono anche tutti quelli che si definiscono di sinistra, che ci hanno sempre considerato, per un motivo o per un altro (serio o banale, un po’ per spocchia un po’ per disimpegno pretestuoso e preventivo) inadeguati, che non hanno “voluto bene” al partito, che non lo hanno difeso, che non ne hanno capito l’importanza, che non hanno capito quanto fosse “l’unico in campo”. ha perso, in definitiva, proprio la sinistra.
buon lavoro
leonardo
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Maurizio luglio 8th, 2009 alle 08:31
Grande Leonardo!..concordo pienamente con quello che hai scritto… aggiungo una cosa,…anche se ogni giorno che passa è sempre più difficile, …tutta la sinistra ha perso e con essa hanno perso tutte quelle persone che hanno smesso di sperare e di lottare. Perciò chi rimane..chi vuole continuare a lottare…in qualsiasi modo …con la bandiera, gridando o semplicemente a colpi di carta e penna…non deve cedere e tornare all’interno del movimento che questo piccolo partito sta cercando di rimettere in moto.
Perciò un po’ di ottimismo e cerchiamo di lavorare tutti insieme …se veramente c’è ancora voglia di lavorare esistono molte occasioni per mettere in pratica quello che si teorizza.
“Basta poco che ce vo’”
Hasta siempre
Maurizio -
Voglio dire grazie ai nostri giovani compagni per la passione civile che si legge nelle loro parole. Senza quella passione non c’è politica rivoluzionaria.
Ri-propongo anche momenti di autoformazione collettiva, per discutere a ruota libera senza scadenze operative immediate, e riscoprire così criticamente le nostre ragioni. Che non sono poche né piccole.
Gianardi
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